Raccontarsi, L'autobiografia come cura di sé

C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. Capita a tutti, prima o poi. Alle donne e agli uomini, e accade ormai, puntualmente, da centinaia di anni soprattutto nelle culture occidentali. Da quando, forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria. E' una sensazione, più ancora che un progetto non da tutti realizzato e portato a termine; quasi un messaggio che ci raggiunge all’improvviso, sottile e poetico, ma nondimeno capace di assumere forme ben presto più narrative. Quasi un'urgenza o un'emergenza, un dovere o un diritto: a seconda dei casi e delle circostanze.


Tale bisogno, i cui contorni sfumano, e che tale può restare per il resto dell’esistenza come una presenza incompiuta, ricorsiva, insistente, é ciò che prende il nome di pensiero autobiografico. Non si tratta, appunto, di un desiderio intimistico qualsiasi, riguardante se stessi e riferito al piacere di parlare di sé, fra sé e sé, a se stessi, o alla necessità di ritrovare qualche sperduto ricordo in funzione di una conversazione con altri o nell'istante conviviale.
In quel momento, qualche cosa di più importante, e profondo, ci coglie alla sprovvista e impreparati.


Certamente nasce da una domanda della mente comparsa altre volte, ma che, tuttavia, non aveva ancora raggiunto la consistenza dovuta e propria delle idee quasi assillanti.
Il pensiero autobiografico quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si e stati e si è fatto, è quindi una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita. E una compagnia segreta, meditativa, comunicata agli altri soltanto attraverso sparsi ricordi, a meno che non diventi uno scopo di vita.
Soltanto in questo caso, oltre a mutarsi in un progetto narrativo compiuto, a diventare diario retrospettivo, storia di vita e suo romanzo, ridà senso alla vita stessa.

Consente a colei o a colui che quasi si sente invadere da questo pensiero, così spiccato e particolare, di sentire che ha vissuto e sta ancora vivendo. Anzi, che la passione avvertita per il proprio passato si trasforma in passione di vita ulteriore.
Inoltre non è uno stato d’animo (una sorta di stato di grazia) peregrino ed episodico. Entra a far parte della nostra esperienza umana e intellettuale soltanto quando gli facciamo spazio quotidianamente; quando si fa esercizio filosofico applicato a se stessi (chi sono e chi sono stato?); quando diventa un luogo interiore di benessere e cura.
Quel momento di cui parlavamo all’inizio non è di conseguenza soltanto mentale: in esso c’è molto di più.

Il pensiero autobiografico, anche laddove si volga verso un passato personale doloroso di errori o occasioni perdute, di storie consumate male o non vissute affatto, è pur sempre un ripatteggiamento con quanto si è stati. Tale riconciliazione — un’assoluzione talvolta certo difficile — procura all’autore della propria vita emozioni di quiete.
Perché il guardare alla propria esistenza come spettatori non è solamente operazione impietosa e severa. La rappacificazione, la compassione, la malinconia — quasi evocatrici di un “largo” musicale — sono sentimenti che, mitigando la nostra soggettività, la aprono ad altri orizzonti. Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che nasce nella nostra individualità e di cui soltanto noi siamo gli attori, conosce e svela questi istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica e diventa altro.

Condivide l’essere al mondo di tutti gli altri; l'egocentrismo che parrebbe caratterizzarlo si muta in un altruismo dell’anima; lascia una traccia benefica soprattutto quando la nostra storia non e più del tutto nostra, quando si scopre che il lavoro sul passato ci riavvicina e il giudicare è difficile. Ciò che è stato poteva forse compiersi altrimenti, la storia avrebbe potuto conoscere altri finali, ma, comunque sia, era quella storia è ciò che eè E si tratta di cercare di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci é dato in sorte.
Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento.
Il suo segreto beneficio si origina in questa sorta di “fai da te” che svuota e riempie al contempo; quando infatti dal pensiero autobiografico passiamo al lavoro autobiografico, che tale pensiero amplia e struttura, sentiamo che il passato esce, giorno dopo giorno, evocazione dopo evocazione, goccia dopo goccia, rendendoci scolmatori meticolosi delle acque filtrate in noi durante tutta una vita, ma nondimeno rabdomanti.
È come se una nuova vita uscisse da noi contenitori e, metaforicamente, conchiglie ancora in crescita.

 Duccio Demetrio, Raccontarsi, L'autobiografia come cura di sè - Cortina Editore

Viandante, sono le tue orme il sentiero e niente più...
Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando…
(da “Viandante…” di Antonio Machado)


 “Non si viene al mondo attrezzati di una mappa che ci consenta un immediato orientamento dentro un orizzonte di significati già disponibili. Si nasce, invece, gravati dalla responsabilità di disegnare la mappa mentre si sta in cammino. Non ci è dato di costruirla in un luogo quieto, ma nel bel mezzo dell’esperienza. In questo senso siamo animali erranti alla continua ricerca del senso dell’abitare la terra e il mondo”.

Luigina Mortari

 

 

Perchè si scrive ?

Perché si scrive? La domanda, inevitabile, ritorna sempre, anche se si cerca di evitarla (…) Del resto le risposte possibili sono tutte plausibili senza che nessuno davvero lo sia. Si scrive perché si ha paura della morte? E’ possibile. O non si scrive piuttosto perché si ha paura di vivere? Anche questo è possibile. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia? Perché il tempo è passato tropo in fretta? Perché il tempo sta passando troppo in fretta e vorremmo fermarlo? Si scrive per rimpianto, perché avremmo voluto fare una certa cosa e non l’abbiamo fatta? Si scrive per rimorso,  perché non avremmo dovuto fare quella certa cosa e invece l’abbiamo fatta? Si scrive perché si è qui  ma si vorrebbe essere là? Si scrive perché si è andati ma dopo tutto era meglio se restavamo qui? Si scrive perché sarebbe davvero bello poter essere qui dove siamo arrivati e allo stesso tempo essere ancora là dove ci trovavamo prima? (..)

Antonio Tabucchi, ‘Di tutto  resta un poco’

 

 

Raccontarsi per vivere...

Raccontarsi è vitale, costruisce le nostre “identità narrative” (P. Ricoeur), “aiuta a vivere” (R.Tonelli). 

“E’ un modo prezioso di prendersi cura di sé. E’ la modalità più umana di darsi forma e di “mantenersi in forma”, disegnando e ridisegnando incessantemente i lineamenti di quel volto personale di cui siamo artefici e responsabili. In questa incessante opera del far nascere se stessi il racconto ha un effetto energetico dalle differenti connotazioni […]  Ha funzione comunicativa e costitutiva di un gruppo, di una comunità. Ha funzione di iniziazione, impariamo raccontando, a fare la nostra storia, a tessere la trama, dando alla vita un titolo, con dei capitoli, come se fosse un romanzo. Questo esercizio ci aiuta a vivere continue transizioni, ad abbandonare senza paura alcune certezze per lanciarsi su spazi nuovi ed inesplorati, a congedare l’accessorio per concentrarci sull’essenziale, a vivere i lutti per nuove nascite. Raccontarsi è uno dei più alti atti formativi".

 Enzo Biemmi  “Raccontarsi per vivere, Evangelizzare”1999

 

Mi nutro di parole

Mi nutro di parole per iniziare nuovamente a nutrirmi di vita, scrivendo le mie esperienze di sofferenza, cercando di dare ordine alle sensazioni contrastanti che opprimono il mio cuore attraverso la narrazione di cosa sto vivendo. Senza temere lo sguardo dell'interlocutore. Lasciarmi andare al fiume di parole che rompe gli argini del mio essere per liberarsi su un foglio e liberarmi da un peso. La scrittura autobiografica può costituire un aiuto per ricominciare, per mettere un punto fermo su ciò che è stato, per non dover dire sempre domani, domani mi impegnerò a riemergere. Poter rileggere quello che ho scritto e, specchiandomi in tanto dolore, urlare mai più oppure, riflettendomi nelle parole di un altro, comprendere che non sono sola in questo cammino di rinascita.

Ilaria Caprioglio (scrittrice)