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 QUANDO IL PAESAGGIO DIVENTA RACCONTO...

“Arte creata dalla natura”; “epidermide della Terra”; “stato d’animo della natura”; ma anche “palinsesto in quanto esito di stratificazioni millenarie di segni”; “teatro ove l’uomo è spettatore, attore e ideatore della storia”; “specchio del soggetto”; “testo aperto a molteplici processi di significazione”…
Tante sono le definizioni attribuite al paesaggio e nonostante la ricca proliferazione di studi in campi disciplinari tra i più diversi, la natura e l’essenza del paesaggio sono quanto mai inafferrabili e indecifrabili.
La complessità delle relazioni tra i fattori in gioco (elementi naturali e opera dell'uomo), l'incessante dinamismo delle sule evoluzioni, la centralità del soggetto nella azione della percezione, fanno del paesaggio uno dei sistemi più densi di significati nei quali vive l'essere umano.
Andrea Zanzotto, definendo il paesaggio ”una grande offerta, un immenso donativo”, “qualcosa che punge e trapunge e di cui noi siamo una specie di spoletta, che si aggira in mezzo, che cuce...”, ci suggerisce una chiave di lettura attraverso la quale il paesaggio è ciò che si appalesa spontaneamente, con gratuità ai nostri occhi come un contesto dato, una superficie connotata da segni e, al tempo stesso, un organismo brulicante di relazioni, di nessi visibili e invisibili del quale anche noi facciamo parte.
I paesaggi, seppure marcati e definiti da propri caratteri fisici e culturali, esistono nel momento in cui divengono oggetto dello sguardo, della significazione, dell’attenzione, della cura, della memoria ritrovata di ciascun osservatore.
Avvicinarsi al paesaggio per rifondare (oltre l'apparenza e gli stereotipi) il rapporto che ci lega al mondo esterno da noi, ci porta a riappropriarsi di uno sguardo che non sia mera visione ma contemplazione, apertura ad accogliere le emozioni, lo stupore, il sommovimento suscitati dall’incontro tra i nostri occhi e le forme del paesaggio.
Nello sguardo rinnovato a esperienza estetica (da vivere con tutti i sensi e coinvolgendo la sfera emotiva), la percezione si trasforma in attribuzione di significati soggettivi che giungono dal bagaglio culturale individuale, dal mondo simbolico, dai vissuti personali: ogni paesaggio si trasforma in racconto del mondo e in racconto di noi.
Riconosciamo il paesaggio quando cominciamo a narracelo, ci accorgiamo a quel punto che il paesaggio è il nostro spazio di vita.
Il paesaggio è parte inscindibile dalla ricostruzione mnemonica del vissuto e al di fuori di quello scenario siamo inenarrabili.
Nella vita, molti sono i paesaggi attraversati: i luoghi di origine, le città abitate, gli spazi della scoperta o le mete della ricerca e della riconciliazione con il mondo.
Il racconto della storia personale non può prescindere dalla presenza di paesaggi con i quali si costruisce, nel tempo, un dialogo ininterrotto.
Un dialogo che genera conoscenza mettendo in relazione il paesaggio esteriore, fenomenico e costituito da segni tangibili, con quello interiore, dell’io profondo, che rappresenta la nostra mappa dell’esistenza nel mondo.
La mappa non è solo la rappresentazione di luoghi della memoria ma ci indica l’altrove, lo spazio del possibile, “promessa di liberazione”, come ci indica Calvino.
Entrare in questa mappa, dispiegarla agli altri e a noi stessi attraverso la scrittura, ci consente di far emergere significati a volte nascosti permettendoci scoperte e rivelazioni sulla nostra vita: attraverso la parola, evocativa di memoria, possiamo dare forma al paesaggio interiore al quale intimamente si appartiene quanto a quello che ci accoglie e nel quale ci collochiamo.
Lo sguardo che si posa sulla vastità dello spazio che ci circonda rimanda a ciascuno di noi, come in un gioco di specchi, chi siamo e i caratteri distintivi del nostro modo di stare, di camminare nel mondo, e grazie alla scrittura ci è possibile rappresentare un unico istante o l’interezza della relazione con il paesaggio.
Con occhi aperti ad accogliere con stupore nuove prospettive, la scrittura diventa il tramite per riconoscere e affermare valori soggettivi che è possibile attribuire al paesaggio affinché non si disperdano e possano essere comunicati ad altri; la scrittura, ancora, consente di ripercorrere i luoghi della propria vicenda umana e intravedere nuove possibilità di interazione con i paesaggi.
Solo scrivendone, l’isola all’orizzonte diviene “pausa dell’attesa” e la linea bianca dell’Aurora “vita da rendere reale nella pienezza del giorno”; il cortile “fonte di conoscenza” e lo sguardo sulle pietre squarcio “sul mistero”. Oppure, la vastità è avvertita come “desiderio di andare oltre”, nella terra lavorata si riconoscono “le impronte di donne e uomini che mi hanno preceduto” e il porto, familiare e amico, rappresenta il simbolo della “speranza di ricominciare”.
Le emozioni contrastanti (paura della perdita, gioia per l'affetto ritrovato, amore e odio, passione nella lotta...) scaturite dalle scritture sul paesaggio, chiedono di essere ascoltate per affermare un diritto a vivere in paesaggi che ci assomiglino e che sappiano interpretare il bisogno di superare la frattura che si è andata creando nel rapporto tra i luoghi e le persone che li abitano.
Tra i nuovi “paesaggi” esplorati dalla Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, si è aggiunto, di recente, quello della Ecologia Narrativa nel quale ci è possibile ri-incontrare i luoghi della vita e, attraverso la scrittura autobiografica, narrarli a coloro che vorranno ascoltare i nostri racconti.

Stefania Bolletti
Presidente della Libera Università dell’Autobiografia