Scritture in dono

24/7/2016
RSA CATTOLICA ore 9.30

GLI OCCHI RACCONTANO…

ITALIA
Una donnetta vispa dagli occhi grandi, di un azzurro intenso come il cielo terso dell’estate, mi osserva sorridente dal suo letto, tra un sorso di fruttino e un morso alla briosce, intenta a festeggiare il suo 95° compleanno.
La saluto, le parlo, l’ascolto … e lei sorridente, con sguardo serio e sforzo pensoso, mi racconta di sé, del suo io.

Mi chiamo ITALIA ma sono ISOLINA. Sono nata a San Clemente il 24 luglio 1921. Il mio babbo Cesare (1878?) mi diceva che a 2 o 3 anni siamo venuti contadini a San Giovanni, dalle parti del Paradiso, in quel ghetto lì. Eravamo distanti dal paese perché eravamo contadini. I contadini abitavano fuori …! Eravamo cinque sorelle e due fratelli. E mi ba um giva covanid e um ciameva Pinen perché ero la più piccola! La domenica il mio babbo andava sempre a giocare le bocce a Singian , al Campo della Fiera e quando veniva a casa aveva sempre un cartoccino di fusaia per me, per Pinen! E anche dopo che mi sono sposata lui continuava così. Da burdela li mi sureglie lim ciameva sempre con nomi diversi: Elda, Francolina, Isolina … finchè un de a so dventa per sempre ISOLINA.
Il mio vero nome, ITALIA, l’ho saputo per caso, quando mi sono sposata che sono andata in Comune per le carte. Non l’avevo mai saputo … aveva un nom anche me! Non si ricordava più neanche mio babbo come mi chiamavo! Per lo a sera sempre Pinen…
Nel 1941 mi sono sposata con Carlo (1917) figlio di Eugenio, contadino anche lui. Quando mi sono sposata è scoppiata la guerra. Ci siamo sposati nella chiesa di Pianvetena la mattina ben presto, con le varghette finte… e poi giù a Cattolica col cavallo a prendere il treno … c’era solo quello! Siamo andati in viaggio di nozze ad Ancona! Tutto l’oro e le varghette che aveva la gente le avevano raccolte tutte … le ha volute Mussolini. Gli orefici erano spariti, avevano chiuso tutti e quelli che c’erano avevano solo le varghette finte che non erano d’oro. Quand le pas e front tutti nascondevano la roba importante; abbiamo messo anche noi i bauli con la roba buona sotto terra! Lì ho messo anche l’anello che mi aveva fatto il mio fidanzato a 18 anni. Era bello!!! E dopo il fronte a riprendere tutto, ma molti non hanno ritrovato più niente.

Auguri ITALIA... tanta buona vita ancora!

PS. La parlata riproduce il detto. Sono state mantenute le scelte lessicali, i modi di dire, per dare risalto all’espressività della narratrice. Le parti dialettali sono state trascritte il più testualmente possibile, lasciando brevi frasi qua e là a tutela della nostra prima lingua.La traduzione non compare su fb

Quel che mi dice il mare

 

 Leggera bambina, leggera, 

 

Cosa mi dice il mare

Quel che mi dice la terra:

Respira con me... la

Filastrocca delle... e... e

La notte e il giorno, 

La luna e il sole,

Il vento di tempesta e la brezza leggera,

La montagna e la pianura, 

Il seme e il frutto.

L'assenza e la presenza. 

 

Io sono in eterno movimento 

Andare e tornare. 

 

Ricorda bambina niente 

Sarà mai o...o

O notte o giorno, 

O vento o brezza, 

O presenza o assenza,

O nero o bianco.

 

Stefi Eyes

 

25 marzo 2016

 

26 maggio 2015
L'ARCIPELAGO DELLE ii:
Mappatura autobiografica delle relazioni sociali e del sé pubblico nello scorrere del tempo... per divenire consapevoli delle proprie diverse identità.

Giuseppina

27 aprile 2015
Dopo L'Atelier Econarrativo "Stagioni della terra, stagioni della vita ... la natura mi racconta

EMOZIONE

E’ domenica pomeriggio e ho salutato da poco le persone che hanno condiviso con me le due giornate di eco narrazione tenute da Anna Cecchini da “I du bourdei” a Ca’Marchino. Sono ancora un po’ scossa per le dolci emozioni suscitate dall’esperienza e dal fascino profondo e sottile che il paesaggio esercita su di me. Sto bene qui e mi dispiace andarmene, lasciare questi luoghi verdi, quest’aria pulita, questo profondo silenzio.
Guido un po’ assorta, con prudenza, e intanto ripenso alle fasi delle due giornate e agli echi che esse hanno lasciato nel mio cuore. Supero il bivio di Frontino poi i piccoli paesi che si ammucchiano lungo la strada: Ponte Doccia, Il Monastero, Cavoleto, Ca’ Oliviero…Non ricordo bene la loro successione. Ad un tratto mi ritrovo nel fondovalle e scorgo l’imboccatura della strada che porta a Lupaiolo, il piccolo borgo in cui ho insegnato tanto tempo fa. Fermo l’auto d’impulso e accosto ai lati della statale, dopo aver superato il ponte sul torrente che sfocia nel Mutino. La strada sale formando vari tornanti; m’incammino con piglio deciso: voglio vedere quanto sono cambiate le cose in questi cinquant’anni. Il primo tratto è stato asfaltato da tempo e si percorre con relativa facilità; procedo per pochi metri poi mi rendo conto che a piedi ci metterei troppo tempo per arrivare in cima e si sta facendo tardi. Decido allora di scendere a prendere l’auto e provare a salire : ho percorso tante volte questa strada a piedi, trascinando la valigia piena di cose, che andarci in auto mi sembra una bazzecola. Scendo velocemente e ritornando verso l’auto noto, ai lati del ponte, in mezzo ai ciuffi del falasco, delle piccole chiazze colorate: sono ciclamini e pervinche col loro fiore viola! Sussulto di gioia e con impazienza comincio a frugare in mezzo all’erba estirpando delicatamente i piccoli steli con i quali compongo un mazzetto da portare a casa. Quante volte, scendendo dal monte, li ho raccolti per portare a mia madre e alle mie sorelle! Il cuore mi trema per l’emozione, la gola si fa stretta, mi sembra che il tempo non sia passato: mi stupisce che quelle piccole corolle si rigenerino in quello stesso punto da tanti anni, in un processo di vita e di morte che si alterna senza sosta.
Poi risalgo in macchina e affronto la salita. La strada è sempre la stessa, tornanti e tornanti che si snodano fra l’alta vegetazione mentre grossi uccelli neri planano dolcemente fra i rami degli alberi. Guardo verso la cunetta per vedere se la piccola sorgente che sgorgava nei pressi di Ca’ Miscè fluisce ancora lungo il fosso, ma la terra è asciutta e dal finestrino non vedo bene. In quel punto la strada è ripida perciò ingrano la prima e salgo cauta, anche perché nel fondo stradale ora ci sono grosse buche che cerco di evitare accuratamente. Ca’ Miscè è una bella casa ristrutturata, tutta recintata da un’alta siepe e non ha più niente a che vedere con la casa colonica che mi accoglieva allora, quando accaldata e assetata mi fermavo per un bicchier d’acqua. Salgo ancora fino a trovarmi in cima al primo tratto di strada, poco più giù di Cal Sordo. Da questo momento la strada si fa quasi impraticabile, piena di buchi e avvallamenti, segno che non è più transitata come un tempo; meglio fermarsi per non restare bloccata qui. Accosto lentamente e scendo. Ora l’orizzonte è più ampio e mi appare la collina su cui un tempo sorgeva Lupaiolo. Alberi e arbusti si profilano contro il cielo dove un tempo si stagliavano le case. Profondo silenzio, un’ atmosfera quasi sospesa, solo cinguettii e stormire di fronde. Ai lati della strada campi verdi di erba medica ai quali sovrappongo un mare ondeggiante di spighe e macchie e boschi che spiccano in lontananza sui fianchi della collina. Col cuore stretto ruoto lo sguardo intorno a me e abbraccio la linea dei monti, le colline, il cielo e ripesco nella memoria sensazioni e stati d’animo che mi hanno tenuto compagnia in tutti questi anni. Una specie di stordimento mi assale, una sottile malinconia mi pervade mentre guardo attenta la strada che scende dal borgo sulla collina. L’aria oggi non è tersa, un cielo imbronciato si posa sul crinale, una specie di velo avvolge le cose.
Ad un tratto, nella curva sopra Cal Sordo, una macchia indistinta si forma nella strada poi si fa più nitida e chiara, prendendo forma e contorni precisi a mano a mano che si avvicina. La guardo affascinata, incapace di staccarle gli occhi di dosso: è una ragazza di circa vent’anni, giovane e baldanzosa, che scende la collina trascinando allegra la sua valigia; è bionda, ha gli occhi azzurri, le gote rotonde e morbide come quelle di una bambina e, mentre una gioventù ingenua ed arrogante muove i suoi passi, posa uno sguardo incantato sui fiori e le erbe che costeggiano la strada polverosa. La ragazza sorride, perché ha negli orecchi, ancora, le parole di saluto dei suoi alunni: "Buon viaggio, signorina; ci vediamo lunedì. A presto”. Ogni fine settimana è così, lei torna a casa e non vede l’ora di riabbracciare i suoi cari; da poco, poi, le è nato un fratellino e tutti, in famiglia, sono estasiati dalla sua presenza.
Ad un tratto la ragazza si ferma, incredula, posa la valigia ai lati della strada, s’inerpica sulla terra friabile e recide delicatamente una splendida orchidea selvatica che spicca in mezzo all’erba. Si guarda intorno un po’sperduta, perché sarebbe bello poter condividere questa gioia con qualcuno, ma non c’è nessuno, proprio nessuno. Leggermente delusa riprende il cammino, ondeggiando nel suo vestito a fiori , ha fretta di arrivare al paese dove prenderà la corriera per tornare a casa. Ferma sul ciglio della strada la guardo muta, senza riuscire a fare un gesto o dire alcunché. Ora mi passa accanto e mi guarda come se non mi vedesse, procede decisa, con la sua aria trasognata. Mentre la osservo curiosa il cuore mi si ferma nel petto: quella ragazza mi assomiglia, io sento i suoi pensieri e il battito del suo cuore; sento le sue emozioni e la profonda felicità che l’attraversa. Oddio, quella ragazza sono io! Vorrei parlarle, toccarla, trattenerla un po’; apro la bocca, ma come nei sogni non riesco ad articolare neanche una parola. Impietrita da quella visione la guardo camminare spedita, con l’orchidea stretta nel pugno mentre regge la valigia ora con una mano ora con l’altra, finché scompare dietro alla curva successiva.
Allora mi riscuoto, salgo veloce in auto per raggiungerla, faccio inversione in mezzo alla strada e parto. Procedo lenta, aguzzando lo sguardo, percorro tutta la strada fino alla statale, ma lei è sparita, dileguata come nebbia, inghiottita dal tempo. Allora accosto ai lati della strada, abbasso lo specchietto e mi guardo, mentre i singhiozzi mi scuotono il petto: il viso ha perso la rotondità della giovinezza ed è segnato da qualche ruga, i capelli non hanno più il loro colore naturale e gli occhiali nascondono in parte il mio sguardo che però ha mantenuto la sua innocente curiosità.
Un dolore atroce mi attanaglia il cuore, una nostalgia cocente mi assale per quella promessa di felicità, per quella giovinezza illusa, per quella ragazza ignara del destino che l’aspetta.
Alla fine mi calmo, riprendo il mio mazzetto di fiori che sistemo in bella vista sul cruscotto e metto in moto ripensando con tenerezza a quella parte di me che con fierezza e fiducia è andata incontro al suo destino.

Bruna

 
 
 
   
 
 
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30 AGOSTO ‘56

Una sera d’agosto una luna propizia

un vagito e poi la vita...

cercare subito l’odore  e il calore di una madre

lo stesso odore che  non ti abbandonerà mai

la gioia e l’orgoglio di un padre

e poi la luce che ti illumina

e ti regala un mondo tutto da scoprire.

Crescere pian piano

imparare e  diventare grandi

vivere giorno dopo giorno gioie e dolori

che si alternano come le stagioni

e poi come in autunno le foglie ingialliscono

così la vita a  poco a poco perde quel colore intenso

e si tinge d’argento

e poi continuare a vivere con i ricordi  del passato

con la speranza dell’eternità.                                                

Sapore di mare

Un’amaca all’ombra di un mandorlo

sospesa in un angolo di paradiso

fra terra cielo e mare

la brezza che accarezza il volto

e lo sguardo che si perde all’infinito

fra le onde crespe del mare

un raggio di sole d’agosto  che gioca fra le fronde

l’odore di salsedine il profumo del pitosforo

 il canto di una cicala che si fonde con il canto del mare.

Il mandorlo dei desideri...

e si sta facendo sera

la calura lascia spazio ad una brezza leggera e fresca

la  mente si inebria ed è libera di viaggiare fra i ricordi del passato

E mi rivedo adolescente

seduta sotto al mandorlo che affidava al suo fruscio

i primi sospiri d’amore i sogni i desideri

e mi vedevo già grande, mi vedevo donna mi vedevo madre.

Socchiudo gli occhi e dico grazie mandorlo

perché hai esaudito i miei desideri.

                                                                                     fralù

30 dicembre 2014

 

 Immagine:

Paesaggio con albero in fiore  - Jerace Gaetano

 

 

 

 

 

  

 

 

                                                                                                                                                                           

 

LETTERA AL MIO CORPO

Ti ho sempre rifiutato, anzi da ragazzina ti ho proprio odiato.
Ma tu lo sai , quanto mi hai condizionato?....Io ero una bimba vispa e... curiosa ma non potevo muovermi liberamente con quella zavorra che avevo addosso. Il peso da portare era esagerato: non riuscivo a piegare completamente le ginocchia, la ciccia al minimo movimento sobbalzava, se correvo con i miei compagni il cuore mi scoppiava, se mi aggrappavo le braccia non mi sostenevano, i vestiti non mi entravano e i piedi mi scoppiavano. Piangevo di nascosto e chiedevo: perché mi sei toccato? A causa tua ho creduto di essere malata, pazza, strana, handicappata. Ho svenduto i sentimenti per acquistarmi la dignità che mi hai negato e quando mi sono sentita un po' più forte ti ho sfidato. Tanto sport, poco cibo e il distacco più assoluto. Eri uno strato che andava assottigliato: brucia, lima, asciuga, copri. Così sei diventato simile
agli altri e mi permettevi molte più cose: camminare sui tacchi, indossare abiti femminili, sentirmi carina, riuscivo persino a mettermi i jeans della mia amica.....pensa!
Per strada non mi sentivo più vittima di sguardi curiosi, i ragazzi ora mi guardavano con interesse, per me fu un successo e una rivincita, così, per rifarmi delle vergogne subite, ti esibivo cercando conferme. Ancora una volta però mi hai tradito. I complimenti erano per te.
L'interesse solo per te. Tu ti prendevi tutto incurante di mostrare ciò che ti animava. Tu mi tenevi nascosta e anche così ero tua prigioniera.Ti permisi d'ingrassare di nuovo e con caparbietà pretendevo che le persone mi apprezzassero per ciò che ero dentro,  scartando drasticamente chi si fermava all'apparenza. Sei stato un banco  di prova .... e per la seconda volta ti ho usato. Ben presto però, la tua invadenza mi fu di peso, poiché la selezione a cui ti avevo posto mi privava di quello scambio istintivo e sincero del primo approccio.
E fu il tempo del compromesso. Ti ho accettato e mi hai sostenuto, ti ho valorizzato e tu mi hai assecondato. Ora c'è un minimo di complicità, ma non ancora armonia. La nostra è una di quelle relazioni tormentate che faticano a trovare un equilibrio, tutt'oggi io da te non mi sento rappresentata. So che mi parli e reagisci, ma io non so ascoltarti, non so ancora amarti.

Inviato da iPad

SCRIVERE PER IMPARARE A VOLARE …

di Anna Cecchini

Cattolica, 15 febbraio 2012 

Ore 17.00 – Caffè “Teatro Snaporaz” - Tè e pasticcini

È stato molto atteso e desiderato questo momento: è l’incontro di restituzione di un laboratorio autobiografico conclusosi a dicembre. Gioviale l’accoglienza, molti i saluti, i sorrisi, gli abbracci, i baci… molte le chiacchiere, i bisbigli in quell’angolino in fondo al caffè riservato per noi, dove, il ritornare a sedersi insieme intorno ad un tavolo ci carica di emozione ed allegria. Dopo il dolce ristoro, la curiosità di ritrovare il fardello delle nostre storie è tanta, raccolte da me con cura e restituite al gruppo in una piccola dispensa. Visi attenti, compiaciuti, qualche imbarazzo… “Ci sarà il mio? Non ricordo bene cosa ti ho inviato…” Il momento è caldo… sembriamo stringerci ancor più l’un l’altra nello scorrere di quelle pagine… I nostri fili si incrociano, le nostre trame sembrano legarci ancor di più. Rilassamento, soddisfazione, promessa di continuare ancora, insieme… Poi, dopo tanto elogio ed entusiasmo per la ritrovata scrittura, una mia proposta, inaspettata … un’ultima richiesta volata qui per caso … “Allora… Cosa è stata per voi la scrittura autobiografica? … Se volete, potete raccontarlo attraverso una metafora, con uno sguardo magico, un po’ come fosse una fiaba”. Invito inatteso, comunque interessante… occhi pensosi, un po’ di mistero. “E’ difficile“ dice qualcuna! “Non so se ho tempo!” pronuncia un’altra. Ma come per magia il giorno dopo il mio computer si riempie di mail di quelle care amiche di penna, pronte ad esaudire la mia richiesta, con la promessa che i loro scritti “voleranno” ad Anghiari, paese dell’autobiografia.

Questi scritti sono assaggi di storie, piccole leggende personali, sono espressioni figurate per raccontarsi e raccontare. Sono scritti di donne che attraverso la penna hanno sperimentato un viaggio che ha prodotto in loro ripensamento, trasformazione, cambiamento, che risponde alla domanda “Chi sono io?... Come sono io?...E ora cosa cambio di me?! Sono scritti forti, fruscianti… Parlano di terra, radici, grovigli di rovi intricati, di buio, foreste nere, folate di tempeste e di vento… Raccontano i voli, gli incontri, la voce del silenzio, l’alchimia delle emozioni, la quiete in calde baie assolate… la beatitudine, la meravigliosa metamorfosi. Le loro voci sono incoraggianti, coinvolgenti. Le loro parole vanno oltre il loro significato immediato, sono intense e vitali. Questi scritti sono magiche scintille di storie recuperate, pronte per essere nuovamente abitate. Queste donne ora viaggiano più leggere, han voglia di volare, di rimettersi in gioco, di ricominciare!

 

Casualmente, sulla scia di …

Filastrocca per imparare a volare

Allora questo è il posto mio

Ora non ho paura più

Ora lo so chi sono io

Perché sono io che guardo giù

E vedo cieli e vedo mari

E vento che mi porta via

E queste braccia sono ali

E questo cielo è casa mia

B. Tognolini

 

La principessa e il pennino

Prigioniera nella torre la principessa sospirava e sperava che un principe venisse a salvarla .La sua bellezza stava ormai sfiorendo e nessuno mai avrebbe conosciuto la sua storia. Tanti giovani cavalieri armati di coraggio e prodezza avevano cercato di liberarla ma nessuno mai era riuscito a penetrare quel groviglio di rovi intricati che isolavano l’altissima torre nella quale era rinchiusa. Poi una calda sera d’autunno le apparve una fatina. Qualche consiglio sottovoce e una mano tesa che racchiudeva un dono. La principessa prese quel piccolo oggetto, guardò verso la piccola finestra e d’improvviso le sbarre erano scomparse. S’innalzò in volo, non era sospinta da ali magiche ne era trasportata da draghi volanti eppure fluttuava libera, leggera e alta nel cielo. Rivisitò il suo passato, raccontò il suo presente e ritratteggiò il suo futuro…quel pennino carico d’inchiostro l’aveva liberata…ora avrebbe potuto far conoscere a tutti la sua esistenza, avrebbe potuto lasciare una traccia di sé. 

Rossana 

 

E il bruco divenne farfalla…

Un bruco tutto solo, imprigionato da tante ragnatele  sentiva che dentro di se qualcosa stava cambiando ma non riusciva a liberarsi da quelle invisibili corde che lo tenevano legato al ramo.In suo aiuto arrivò finalmente  una folata di vento che lo fece cadere dal ramo e libero pian piano subì una meravigliosa metamorfosi.Si vide spuntare delle piccole ali che lentamente, ma sempre più grandi si libravano nell’aria in un arcobaleno di colori nell’azzurro del cielo, libero e felice di spaziare senza più legami senza mai stancarsi di scoprire nuovi mondi.

Gabriella

 

Le mie radici

Un giorno andai a fare una passeggiata nel bosco seguendo una dolce voce che mi guidava. Mi fermai ai piedi di un albero abbastanza giovane ma lavorato. La voce diventò silenzio ed il profumo di terra mi fece mettere in ginocchio. Gli occhi e le mani lavoravano assieme osservando quel misto di foglie secche, legni secchi, piccoli germogli verdi... e trovai un buco nel terreno... Curiosa guardai dentro... il silenzio mi faceva sentire i battiti del mio cuore... Introdussi il dito e scavai... trovai subito una radice piccola e superficiale… e più scavavo più sentivo un solletichino tra le dita. Presa dalla frenesia, continuai il cammino che la radice mi indicava e trovai altre radici che si intrecciavano. Iniziai a sentire caldo, il lavoro si faceva più duro, ma ormai qualcosa si era impossessata di me... Ogni tanto, sentivo quella voce che guidava le mie mani e mi facevano trovare altre radici... poi il silenzio... trovai un grosso nodo, fatto di più radici... ho capito... sei tu mamma... forse mi stringi troppo... mi hai graffiato... seguo le tue radici... ti trovo... ti guardo dal basso e ti vedo... sei grande... non hai l' aspetto molto felice... vedo i tuoi rami spogli... tu non mi guardi ma mi tieni stretta... Poi vedo due braccia che sfiorano la terra... ci sono due alberi a terra, secchi, non più foglie... sono i miei nonni... cerco le loro radici e sento ancora la linfa calda ed il suono delle loro voci che mi danno sostegno. Mamma, ti voglio bene, ma devo andare. Babbo è un po’ più in là, è più solitario, ma i suoi nodi con i miei diventano morbidi fiocchi... Il silenzio mi incomoda a tratti e chiamo la dolce voce perché mi tiri fuori... ma la voce si allontana... devo uscire da sola ormai... sono arrabbiata e anche un po’ scocciata... mi guidi fin qui per abbandonarmi??? Scopro le mie radici, mi metto a nudo davanti a te e poi scopro i tuoi occhi che mi lasciano... Dove sei??? Torna!!! Poi la voce disse... non temere, va tutto bene, respira... riposa... torniamo un 'altro giorno.

Loly

 

Bolle di emozioni

Ora nevica e non ho voglia di uscire, guardo i minuscoli fiocchi tutti uguali ed ognuno diverso dall'altro, come siamo noi, penso. Persone uguali ma così distanti a volte una dall'altra.Chissà poi come si fa, a trovare in certi momenti, chi ci somiglia un po' o chi ci capisce un po', eppure accade! Altre volte accade un'incredibile alchimia di emozioni che pare impossibile, e mi vien da pensare di catturare al volo quel momento, di non farmelo sfuggire, che poi chissà se ritorna! Allora piano mi accingo a intravedere dentro quella bolla di emozioni cosa si nasconde e mi accorgo che se racconto scrivendole... ecco mi appaiono più chiare tutte quante belle belle in fila come frittelle pronte ad esser mangiate! Quando scrivo di mio figlio ah... che bei colori in questa bolla di pensieri, così contrastanti fra loro, come quando mi sento fiera di lui e poi subito come quando mi fa arrabbiare con la sua caparbietà! Così uomo ormai ma così acerbo, mi fa venire in mente un frutto da maturare. Nell'accostarmi a lui ecco che la mia e la sua bolla volando come bolle di sapone...si alzano e si scontrano come imbizzarrite ma... a volte si appiccicano insieme sprigionando così tanto bene... sorrido a queste emozioni ogni volta esterrefatta da questa purezza di Amore. Mentre scrivo, la mia bolla di emozioni si avvicina ancor di più alle persone a cui voglio bene. Pronta ad inglobare le emozioni contenute nelle bolle delle altre persone. Quando nei miei scritti...  vado a trovare i miei, oppure quando incontro le mie amiche ecco che le nostre bolle si mescolano una alle altre come in un gioco di vento e di leggera spensieratezza, sento di potermi fidare dei miei genitori e dei miei amici  e così può accadere che le bolle si colorino di arcobaleni e che fluttuino lievi come bolle di sapone nell'aria limpida di una costante primavera immaginaria ma reale allo stesso tempo! Ogni volta che scrivo dell'Amore poi... Ecco che le bolle di sapone si fanno luminose e riflettono dentro e fuori un'estasi di pensieri vivaci e pieni di passione e di voluttà amorose ed ancora mi abbagliano di aspettative e di risposte, di speranze e di pienezza dei sensi, bolle appagate, bolle stregate, bolle attonite di baci, bolle senza parole, bolle di sguardi, di intese, di notti stellate, bolle col profumo del mare e scintillanti di stelle, bolle cariche di virtù e di inganni, bolle dal sapore dolce e amaro, bolle piene di sensualità.
Ed ancora altre milioni di bolle da scoprire, sempre nuove, sempre ricche dello stesso Amore ma sempre ed ancora libere di darlo e di riceverlo! Nello scrivere mi son distratta, ecco ha smesso di nevicare; ora tutto un manto bianco avvolge il mondo, ogni cosa appare come nuova, sospesa in attesa  del momento in cui verrà violata... da un orma o da una mano o da miriadi di bolle che si incontrano ed esplodono l'una contro l'altra per essere scritte e ricordate nel mio quaderno!

Catia

 

Un’ invisibile carezza

E’ sera. Mi siedo sulla spiaggia umida aspettando il tramonto.I gabbiani attorno alle barche stridono rabbrividendo. Il vento solleva nell’aria sbuffi di sabbia e penso: di nuovo sabbia che vola via come la vita. Chiudo gli occhi e consegno il mio corpo alla quiete, vedo passare, come in un film, i titoli di coda del giorno appena passato. Si avvicina un gabbiano e il suo stridere: leggero allarga le ali e mi invita a salire. All’inizio ho quasi paura, ma via via vengo pervasa da una beatitudine mentre inizio a fluttuare sopra le nuvole, sotto vedo tante formichine che corrono, vanno a lavorare, sono gli uomini piccoli, piccoli e meschini. Ora spicco lunghi salti meravigliosi. Gli uccelli si spostano al mio passaggio, mi sento potente e leggera. C’è un istante in cui qualcosa di astratto si impossessa di me. E’ un attimo, un invisibile carezza, come un battito d’ali o il passaggio di un angelo. E’ un istante che dura poco, ma è come se tutto si fermasse. Apro gli occhi, è quasi buio, i gabbiani ora sono una decina, vicino a me, mi guardano muti, sembrano svegliarmi. Raccolgo le mie cose, do un ultimo saluto ai gabbiani e torno a casa più leggera. Ora i miei pensieri vanno e vengono dalla mia testa in libertà.

Bruna

 

Sulle ali di un gabbiano

Volo, volo leggera è non ho più paura! E mi lascio trasportare sulle ali di questo gabbiano che mi sento amico! Ci son salita fiduciosa perché il suo volo è rassicurante e soprattutto perché lui sarà il mio tramite, le mie ali, per andare alla scoperta, per vedere finalmente ciò che ho imparato a conoscere, ciò che voglio ancora di più comprendere ed apprezzare: il mio mondo, la mia vita, il mio futuro! Dall’alto sono libera come non lo sono stata mai, l’aria mi accarezza il viso, non è freddo, il sole mi scalda ed il silenzio è magico, avvolgente! L’azzurro del mare è a tratti anche più forte ed intenso perché oltre alle quiete e calde baie di tranquillità ci sono anche pericoli, profondità e tempeste! L’isola piena di vita … è la mia vita! Ho attraversato periodi bui, nere foreste e scalato alte ed aride montagne. Li ho vissuto periodi di buio e silenzio che solo la mia isola può custodire! Poi la lenta discesa ed il verde delle pianure, interrotto da rigogliosa vegetazione ricca di vita ed il lago, con le case vicino, protette da mura dove c’è tutto quello che serve per vivere….adesso io son lì! E’ il mio posto sicuro! Mi fermo con lo sguardo e rimango affascinata dalle dorate e calde spiagge di sabbia finissima! Le scogliere mi rassicurano, proteggono il mio piccolo mondo ma possono essere anche piccoli ed insidiosi ostacoli che spesso si possono incontrare nella navigazione, nella vita! Sono un monito, un aiuto alla riflessione perché niente sia lasciato al caso e perché nella vita quasi nulla è semplice! Ma vado oltre e veleggio, tra basse maree e tempeste di vento improvviso, a vele spiegate per sfruttare al massimo la forza della natura, la mia forza! Sono continuamene alla ricerca di nuovi mondi ma ho meno paura perché so da dove vengo e la mia isola del “vissuto” questo mio rifugio mi dà tanta forza e mi spinge alla continua e più intima conoscenza! Mettere su carta banalità, concetti, vissuti ed esperienze per conoscermi e far pace con me stessa! La mia poca vita su di un foglio sta prendendo corpo, dandomi forza; le parole hanno sprigionato la sicurezza che tanto mi mancava e curato la mia anima sensibile rendendola preziosa! Ora cammino più a testa alta, so’ chi sono io!

GRAZIE a tutte!

Barbara

 

 L'immagine è di Barbara Zavagnini