PRIME STANZE DEL MIO IO

 

Ecco qui Il mio libro... l'ultimo nato!

E' appena entrato in libreria...

 

PRIME STANZE DEL MIO IO, è un percorso autobiografico che, come uno specchio, riflette scenari, sfondi, emozioni del passato di una bambina nata contadina e cresciuta negli anni '50 -'60 "tra terra e mare", nel rispetto di quei valori e quelle tradizioni che oggi, ormai lontani, sono già storia.

In queste pagine si racconta l'esperienza di quella vita quotidiana, fatta di immagini di piccole cose, vissuta nel rispetto, nel dovere, nel lavoro, nei sacrifici... principi che orientavano alla vita, nell'attesa della metamorfosi.

Ci sono "l'io e il noi": luoghi, stanze... incontri, persone, oggetti, in un susseguirsi di intrecci, avvenimenti, circostanze, entro cui lo sguardo ormai consapevole della bambina si posava e imparava con semplicità ad ascoltare, a desiderare, a saper aspettare, a porsi i tanti perché della vita ... a diventare grande.

E' reperibile per essere acquistato sia in forma cartacea che digitale.
http://www.youcanprint.it/index.php…
sul sito di YouCanPrint.

 

 

 

POSTFAZIONE

A passeggio fra le pagine di Anna 

Ludovica Danieli

Termino la lettura di "Prime stanze del mio io".

Faccio l'esercizio di osservare con lo sguardo interno il paesaggio che il libro mi ha mostrato.

Cosa mi resta nelle vicinanze?

La scrittura che dà forma alle pagine ritornando trasformata in immagini.

La cucina della grande casa immersa nella campagna.

La porta d'ingresso con il buco utile al gatto per entrare ed uscire.

La stufa a legna.

La zia Rosina, cuciniera.

La bambina Anna che non sopporta i gatti e che porta la benda da pirata sull'occhio.

La bambina Anna che guarda e sente odori e suoni che nascono dal bisbiglio dei campi e dalle relazioni fra gli adulti intorno.

La terra coltivata: una terra che offre cibo, che garantisce il lavoro per mantenere una famiglia.

Volti.

Resta il suono di un dialetto che non conosco ma riconosco nella potenza del suo esprimere la vita.

Nel testo di Anna Cecchini ritrovo, sparsi qua e là, frammenti in dialetto che hanno, se pronunciati a voce alta, una sonorità che interrompe, per un momento, la lettura dapprima placida poi sospesa nell'intuire il senso di quelle parole. "Ancora un è ora, più aventi, più aventi… nu avì fuga." L'orecchio si tende per entrare nell'immagine che restituisce questa breve affermazione. La bambina cresce accompagnata anche dal dialetto. Entra in relazione con il mondo tramite adulti che mostrano il succedere della vita quotidiana attraverso la lingua delle origini, della terra, del mondo contadino.

Un mondo irrepetibile e unico, quello che viene narrato in queste pagine. Ci sono gli anni cinquanta; c'è quella campagna; ci sono quelle famiglie; ci sono le zie Rosine; c'è il dialetto. Eredità che permeano il mondo di chi in questo paesaggio nasce. Radici.

Quelle degli alberi sono varie: ci sono radici a fittone, altre che si ramificano in profondità nella terra e altre di alberi giganti che sollevano la crosta del terreno, o che si tuffano, dal bordo di un fiume, nell'acqua. Radici abbarbicanti, striscianti, aeree, acquatiche, sotterranee, semplici, nodose, tuberose. Le radici degli uomini possono assumere forme ed estensioni che non sono sempre riconducibili solamente al posto dove si è nati.

La "svolta" degli anni sessanta porta la bambina Anna nella città. Cambiano anche i luoghi abitati, gli odori, gli orizzonti, i personaggi. Nuove radici.

Nel percorso autobiografico l'infanzia abita la terra contadina; l'adolescenza principia con le strade asfaltate di una cittadina che vive anche del boom economico. Cosa si porterà appresso la piccola Anna? In quali spazi continueranno a vivere i segni lasciati dai luoghi dell'origine?

I luoghi sono bauli pieni di memorie, dove lo spazio vissuto confluisce attraverso la scrittura autobiografica e si sottrae ad ogni misurabilità oggettiva: si fa piccolo, si dilata, è rumoroso e silenzioso. Segna esperienze. I luoghi diventano educanti. In autobiografia il narratore racconta di sé a partire da una significante immersione, oltre che nello spazio anche nel tempo. I luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza narrati nel testo di Anna Cecchini si caricano di senso, scoperte, apprendimenti, speranze. Come afferma Proust "I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggior facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d'allora; il  ricordo di una certa immagine non è se non il rimpianto di un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni". Mutano dunque, anche, perché rivisti con gli occhi del presente.

Tali luoghi reali diventano, nell'avventura autobiografica, paesaggi interiori; metafore dell'esistere dove esercitare la conoscenza di se stessi.

Le scene, i personaggi, le relazioni lasciati soli non ci raccontano nulla; è nel momento in cui dialoghiamo con essi che si possono aprire porte di senso.

“Fare autobiografia” significa coltivare l'orto che siamo, il campo che ci abita. Un terreno tutto nostro che contiene la terra che ci ha visto camminare, giocare, scappare, stare fermi, saltare, amare.

In questa “stanza tutta per sé” nasce la possibilità del “darsi voce”, dare voce alla propria storia, che diventa insieme storia di una famiglia, di un contesto sociale, di un tempo.

Con piccoli quadri Anna Cecchini è riuscita a restituire a noi lettori che scrivere di sé feconda una pratica di attenzione e di cura rivolte verso la propria vita e, nondimeno, verso i luoghi abitati e condivisi con tutta la coralità umana e non solo e che ci accompagna nel corso della nostra esistenza.

Duccio Demetrio, fondatore con Saverio Tutino della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, luogo dove la scrittura di sé "si dischiude agli altri e all'inatteso", nel bel libro "Perché amiamo scrivere" ci ricorda che scrivere non è soltanto un dovere connesso allo studio o al lavoro. È anche una passione disinteressata, estranea a ogni ambizione letteraria. Delinea la nostra storia all'insegna di una consapevolezza di vivere, tutta particolare.

 

Ludovica Danieli docente Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Sabato 9 gennaio 2015 - ore 16.00
Museo della Regina - Cattolica (RN)

Presentazione del libro di Anna Cecchini
PRIME STANZE DEL MIO IO

al tavolo in conversazione con l'autrice :
Anna Sanchi - Assessore alla Cultura del Comune di Cattolica

Stefania Bolletti - Presidente della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari

Modera Cristina Rossi, giornalista

Letture di Alessandra Giardina
Musica a cura di Giorgio Santi

Con il patrocinio del Comune di Cattolica

Con il patrocinio della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari

Le cose che il bambino ama
rimangono nel regno del cuore
fino alla vecchiaia.
La cosa più bella della vita
è che la nostra anima
rimanga ad aleggiare nei luoghi
dove una volta giocavamo.

Kahlil Gibran

RECENSIONI

1 dicembre 2015 

di CARLA IACUCCI CHIODI

Conosco Anna Cecchini da diversi anni, oserei dire da sempre, per questo fin dalle prime parole del suo libro trovo la chiave della sua narrazione, una narrazione viva, vissuta, vera.

Una scrittura dalla forma gentile, ricca di tenerezza, nostalgia, gioia e tristezza allo stesso tempo, ma in tutto armonioso e composto.

La scrittura autobiografica di Anna va oltre il ricordo che ognuno di noi possiede ma che teme di aver dimenticato, oltre la memoria di un passato che ci attrae e ci fa paura, insieme. Oltre i veli che confondono, oltre la trasparenza che lascia intravedere,

Il racconto di Anna ci piace e ci convince, fatto di amore, di accettazione, di sacrificio; non tutto è lì fra le righe, ma nell’angolo del suo cuore o del cuore di chi legge, purché sia pronto ad accettare, capire e condividere.

Una storia al femminile che racchiude in sé abbandoni, segreti, silenzi, rumori e pudori: un universo che ci abbraccia come fa una madre con il proprio figlio.

La sua è una confessione che pare nascere nei momenti di pausa fino a raggiungere le zone profonde dell’anima e carpirne i segreti più preziosi.

La solitudine è un piacere che dobbiamo procurarci, perché attraverso essa ci rigeneriamo e, nella sua tacita quiete, cogliere l’occasione di prendere foglio e penna, strumenti capaci di aprirci il cuore. Basta soffocare e spegnere le nostre emozioni perchè, come alcuni dicono, sono segnale di debolezza e irrazionalità; lasciamo emergere i nostri sentimenti e sentiamoci libere di narrare e di ricordare.

Non priviamoci mai dei nostri sogni, delle nostre speranze, del nostro passato; non stiamo con gli occhi bassi incollati alla terra, ma cerchiamo la forma delle nuvole e dell’arcobaleno.

Nell’autobiografia di Anna ritrovo il cambiare del tempo e delle stagioni che sono un dono della vita; combattere contro il tempo che passa, contro le rughe e l’invecchiamento è uno sciupio di energia che invece va preservata per gli anni a venire.

La primavera ci ha regalato i nostri sogni, il nostro primo amore, il primo bacio; l’estate le passioni; l’autunno ora ci richiama all’ordine e ci fa tornare a casa dove l’inverno ci elargirà la sua intimità.

Vivere in armonia con le stagioni ci consente di assaporare i doni della vita.

Noi lettori ritroviamo fra le righe della memoria le nostre stagioni, i nostri luoghi, le tappe raggiunte e quelle rimaste nei sogni; leggendo, siamo grati ad Anna di aver avuto coraggio a ricordare anche per noi.

Se ci sediamo in riva al mare, con i nostri occhi vediamo la sua immensità, la sua forza; la natura è ciò che è, senza discussioni, ma quando riflettiamo sulla nostra identità, ci perdiamo o cerchiamo di essere come gli altri ci vorrebbero. Per essere noi stessi, noi dobbiamo prima  di tutto essere.

E in “ Prime stanze del mio io” il miracolo avviene, grazie ai valori della vita, che, chi ha vissuto prima di noi, ha saputo inciderci

nell’ anima con segni indelebili.

 

Sto nella stanza sola,

le ore mi passano accanto:

è il tempo ideale per pensare

alla vita,

catena di ricchezze

e povertà.

La vita che non si sceglie

ma che ci sceglie

la vita che va amata

raccontata

ai figli

mai dimenticata

mai perduta.

 

Grazie, Anna.

 

La tua amica e collega Carla Iacucci Chiodi

 

 12 dicembre 2015 

PRIME STANZE DEL MIO IO

MAURIZIO e CRISTINA  hanno letto il libro...

 

Una introspezione onirica, quasi felliniana, a quelle geografie del proprio "io" che alimentano il carattere e le visioni dell' adulto.
Grazie a quella fiammella accesa nella propria infanzia e mai spenta, passata attraverso i vari fortunali della vita e del  proprio vissuto, e che  illumina il presente e la strada di Anna Cecchini, ne solidifica il carattere e la positività .
Congratulazioni !
Maurizio

 

Grazie per aver risvegliato tutti i ricordi della mia infanzia.
Letto tutto di un fiato. Scrittura molto pulita e gradevole.
Leggetelo!
Cristina

15 dicembre 2015

Anche STEFANIA MAESTRI  ha letto

PRIME STANZE DEL MIO IO 

Bello ed emozionante il tuffo nella meta' del secolo scorso che offre 'Prime stanze del mio io'.
Leggendo si ha la senzazione di entrare proprio nell'intimo della scrittrice, di sentire gli odori accuratamente descritti, di vedere con gli occhi di bambina alcuni scorci di vita contadina passata amabilmente dipinti. Il lettore e' catturato e rivive quasi in prima persona cio' che legge.
Le espressioni dialettali, le immagini usate nelle descrizioni rendono ancora piu' realistico il testo .L'ironia che trapela rende piacevole la lettura gia' di per se' scorrevole e ci fa capire quanto i ricordi siano per l'autrice una parte integrante del suo io,quasi un tesoro inespugnabile.
Ciononostante, lei ci ha aperto le porte delle sue 'stanze' e prendendoci per mano ci ha fatto conoscere una realta' lontana in cui affondano le nostre radici.
Merito grande dunque di averci lasciato un prezioso spaccato di storia vissuta di Cattolica.
Complimenti!


Stefania Maestri

21 dicembre 2015

PRIME  STANZE  DEL  MIO  IO

di CARMEN FERRARI  

I ‘Gisuit’ , così come veniva chiamata la famiglia Cecchini nell’ultimo lembo di terra romagnola della costa adriatica a Cattolica, tra terra e mare, sono l’incipit e il filo conduttore del racconto che l’autrice intitola: Prime stanze del mio io.

Le stanze, in questo percorso autobiografico, diventano luoghi metaforici dei ricordi infantili che Anna, l’autrice e protagonista, attraversa nei suoi racconti. Stanze che fungono da ri-visitazione di un’infanzia vissuta in campagna con i rituali della famiglia contadina degli anni Cinquanta del secolo scorso. L’evoluzione economica e sociale di quel territorio tra contadini, pescatori e artisti, gli artest, così come erano chiamati gli artigiani che producevano ‘l’arte con le loro mani’;  in casa dei Gesuit c’erano alcuni artest: falegname, sarta e magliettaia.

Le stanze sono anche quelle dell’IO, dove l’autrice affonda i ricordi per farli riemergere, depositando nel presente le sue emozioni, i sentimenti, i significati, in quest’osservare lo svolgersi degli anni fino all’adolescenza.

Stanze: tante stanze, da quella del lettone nella casa di campagna, dalle cui travi del tetto, spiragli di cielo e di freddo,nelle notti invernali, le si concedeva il cielo stellato, nutrendo la sua immaginazione. Stanze segrete come quella del granaio in cui non si poteva mai entrare, ma al Pople, che appariva in certi periodi dell’anno, era concesso di dormirvi : l’uomo del mistero, silenzioso e con la barba incolta, che aveva anche la fama di squartatore; cacciava i topi e poi li metteva “sulla iola del camino”  e la loro fine era assicurata. Stanze con la funzione di camera da letto e insieme di magazzino per le confezioni, in questa attività di rivendita di vino, bibite, acque minerali e birra che i Gisuit avevano iniziato come nuova  attività. Stanze estive nella mansarda della nonna; stanze del ritorno a Macanno, negli anni Settanta , con una loro casa nuova nel luogo dell’infanzia di Anna.

Molte le chiavi di lettura che aprono queste stanze, come le possibili interpretazioni che escono dal disegno di una chiave all’inizio di ogni capitolo: chiave semplice, essenziale, come lo è questo scritto.

Sono gli odori, i suoni, le luci,il paesaggio, le persone, uomini e donne che entrano nel racconto e si presentano allo scenario autobiografico con la limpidezza dell’infanzia dell’autrice e il suo mondo reale e immaginifico, e poi nell’adolescenza laboriosa e diligente ai doveri con cui si cresce nella famiglia, dove l’imperativo era il lavoro, la fatica, il risparmio, l’oculatezza nelle decisioni.

La natura è onnipresente, nei suoi aspetti e nelle stagioni, ed è compagna dei suoi sensi, dei giochi e del lavoro, dalla casa di campagna a quella del magazzino, da cui scorgere, la notte, dalla finestra in alto, le sagome fluttuanti delle tamerici, proiettate sul muro a ridosso dei bastioni della ferrovia. E poi il mare, con poche trasferte estive per chi abitava ‘sopra le sbarre’, come i Gesuit,raggiunto dal Macanno in certi pomeriggi assolati, insieme alle amiche e alla nonna Maria.

Il racconto è come un viaggio, nella durezza in cui si viveva e nei modi in cui ci si salvava dalle fatiche quotidiane lavorando per un futuro meno gravoso, per se stessi, per la famiglia e i figli: una lotta per conquistare una vita migliore. Un destino, questo, che assomigliava a quegli storni in migrazione che Anna, da piccola, vedeva impigliarsi nelle grandi reti, accorsi ai richiami. Alcuni venivano salvati per il censimento, la catalogazione e l’inanellatura e poi liberati, altri non ce la facevano, così come accade agli odierni  popoli migranti il cui destino è intrecciato al  nostro.

Le stanze del suo IO di cui Anna scrive, paragonandole e osservandole come ruderi, solide pietre, che contengono i suoi ricordi, sono aperte da fenditure, passaggi che le permettono di uscire per errare  verso altre scoperte e tornare più leggera.

Certo,  quella leggerezza, da molti di noi aspirata, verso cui Italo Calvino (Lezioni americane) ha cercato di portarci.

 

Carmen Ferrari

Componente del Consiglio Didattico 2015 della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari